Se la classe operaia va sul palco

Pubblicato: 23 febbraio 2010 da answerspistoia in Lavoro
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Per chi non l’avesse letto sul giornale, il pezzo di Adriano Sofri.

MENTRE l’orchestra appallottolava spartiti e recitava in lieve ritardo il suo mezzo Sessantotto – per farlo intero bisognava suonare Ciao amore ciao mentrei tre dicevano al mondo e a Dio Italia amore mio – gli operai di Termini spiegavano con dignità la propria storia e lasciavano misurare il tempo che è passato. Uno di loro, prima di arrivare sul palco dell’Ariston, aveva trascorso dieci giorni sul tetto della fabbrica: anche questa, che sembra un’innovazione, risale al ‘68, solo che allora a salire sui tetti e sventolare lenzuola erano i carcerati, ai quali ogni sortita era preclusa che non fosse la scalata al cielo. E anche questo fa misurare la distanza. Come si battono le operaie e gli operai, quando la Classe Operaia non c’è più? Prendete le migliaia di lavoratori dei call-center diventati bruscamente ostaggi delle partite di giro di liquidatori professionali che rilevano imprese col proposito di farle fallire: la girandola di sigle che passa per Eutelia Agile Phonemedia Answers Pmc Tpmc Libeccio Omega e così via. E denari stornati in Lussemburgo, Svizzera, nelle Isole del Canale, in Romania… Occupano le fabbriche, non vengono pagati da molti mesi, sono derubati dei contributi, guai se hanno mutui da pagare e figli da sfamare e mandare a scuola. A volte diventano proprio un volgo senza nome:

«In banca ti chiedono: ti hanno licenziato? E tu rispondi no.

Sei in cassa integrazione? E rispondi ancora no.

Allora ti chiedono le ultime buste paga e tu devi spiegare che non le vedi da mesi».

Hanno dei blog, mettono in rete i video. Al tempo in cui a Sanremo si sarebbe arrivati tutt’al più con un corteo, al tempo dei volantini, era meno frequente che i resoconti della lotta fossero intercalati da notazioni come questa: «Alla Answers di Pistoia le commesse non mancavano, a cominciare da quelle di Enel e Tim. Mancavano i soldi e la buona volontà dei padroni.

Una lotta romanzesca si è conclusa sabato e con una vittoria: notizia così rara che vale la pena di estrarla dalle pagine locali. Erano 560, 463 donne – molte venute dal sud, parecchie donne sole con figli – hanno occupato la fabbrica per centouno giorni, una quarantina hanno lasciato, sono rimasti in 520, cui una nuova proprietà ha garantito il posto di lavoro. A regime, chi lavorava 6 ore al giorno – la maggioranza – guadagnava meno di 800 euro, chi era a tempo pieno arrivava a un migliaio. «C’è chi non può più venire perché non ha i soldi della benzina». Dormivano nei sacchi a pelo, di giorno fabbricavano giochi, tenevano i bambini, o andavano in giro a cercarae solidarietà.

Anche fra loro stessi. «Era cominciata una guerra fra poveri, minaccee insulti fra noi lavoratori, per renderci poi finalmente conto che siamo tutti sullo stesso Titanic». Omega mirava a tirar le cose per le lunghe, il tempo per incassare le sue speculazioni: la sentenza di un giudice l’ha sventato. Pistoia, città di artisti e di scontrosi, si è adoperata in una quantità di modi. Spettacoli di solidarietà, donazioni di supermercati e di privati, Arci e Coop, gruppi sportivi, anche l’associazione degli alpini. «Un giorno – racconta a un cronista Vera N., che ha trascorso i tre mesi nel call center col piccolo Andrew, un anno – è passato un idraulico.

Mi ha lasciato un biglietto, se avessi avuto bisogno di lui mi faceva i lavori gratis». Una mensa ha portato ogni giorno 50 pasti gratis per gli occupanti di turno. Il Comune si è adoperato per la sospensione delle bollette di acqua gas e luce. La Sanità regionale ha deliberato la gratuità di tutte le cure mediche. Due banche locali hanno anticipato stipendi e concesso prestiti senza interesse. Epifani l’ha chiamata «la lotta perfetta». La Cgil è orgogliosa oggi di contare 471 iscritti nell’azienda: la sera dell’accordo, ho visto il suo segretario Alessio Gramolati, che è un pezzo d’uomo, piangere mentre raccontava d’aver visto piangere di gioia le donne della Answers.

E riferiva il primo proposito di Cosima per suo figlio Stefano, 6 anni: «Posso comprargli i quaderni. Mi vergognavo, ma lui tornava da scuola che gli avevano messo la frutta nello zaino e il barista gli dava la colazione gratis». Il libro Cuore al tempo dei Call-center. Il vescovo si chiama Mansueto Bianchi, a dicembre va in visita nel centro occupato, dice: «La Chiesa di Pistoia vi guarda con enorme simpatia e si ritiene onorata di essere accanto a voi». Torna a celebrarvi la messa di Natale, tra centinaia di computer spenti e spento il riscaldamento, al freddo e al gelo, come si deve in un presepio.

Dice: «Tocca le corde profonde del cuore essere qui tra voi. Bisogna che ciascuno trovi dentro di sé il coraggio, contro questa economia corsara che macina le persone come carne da macello». L’accordo che ha concluso i 101 giorni – uno di più dei Cento di Napoleone, che per giunta finirono a Waterloo – prevede l’affitto, ed entro nove m e s i l a p r o p r i e t à , a l l a Call&Call di Umberto Costamagna, presidente dell’Assocontact, e dei suoi soci Simone Ratti e Domenico Nesci. Non hanno preteso di figurare da benefattori: «Enel è uno dei nostri principali committenti, e Answers è al secondo posto in Italia in quanto a gradimento dei clienti Enel». Ho cercato qualche notizia sul conto di questo signore spezzino, laurea in scienze politiche, trascorsi nell’editoria, e spero che razzoli come predica: cioè sostenendo che l’impiego nel call-center passa ancora per un ripiego, e che è al contrario una professione di qualità, che consiste nella relazione col cliente, e costituisce la principale risorsa. Idee che a chi ci lavora non suonano certo nuove: «A me lavorare in questo posto piace tanto, mi ha messo in comunicazione con la gente anche se è soltanto per telefono.

Mi ha dato sicurezza, sono meno timida adesso…», aveva raccontato alla Repubblica di Firenze Barbara, 32 anni, arrivata da Potenza alla Answers inseguendo un contratto a tempo indeterminato. E Marta G., 41 anni, di Montecatini: «Quella era la mia postazione, ogni giorno otto ore di lavoro duro, ma anche grandi soddisfazioni. Abbiamo iniziato dalle chiamate al 119 per le prepagate private, una piccola cosa… Ci siamo conquistati la fiducia di Tim e ci è stata affidata l’assistenza ai clienti del settore business. Abbiamo saputo far crescere bene quella che consideriamo una nostra creatura.

Ne siamo orgogliosi». Molte signore non avevano nessuna esperienza di sindacato, ma una di loro aveva avvertito in assemblea: «Non sanno che cosa vuol dire andare contro una madre che difende il proprio figlio».

Alla cena che ha festeggiato l’accordo Costamagna ha partecipato assieme ai lavoratori e a mezza città. I dipendenti sono tutti riassunti a partire da ieri: quelli che non entreranno subito in produzione per il calo delle commesse avranno per la prima volta la cassa integrazione. Domenica alla Answers hanno fatto calare dal tetto uno striscione con la scritta maiuscola: La lotta paga, perché lì davanti passa la ferrovia Firenze-Viareggio. Chissà che cosa avranno pensato i viaggiatori: magari che era un cimelio del famoso ‘68, miracolosamente scampato alle intemperie.

articolo originale :

http://montanari.blogautore.repubblica.it/2010/02/23/se-la-classe-operaia-va-sul-palco/

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