Tratto da “La Nazione” del 22 Dicembre 2009

Irene ha 30 anni, una laurea in filosofia, un compagno col quale divide la vita e l’appartamento e, da agosto, non più uno stipendio. L’azienda per la quale lavorava si chiama Answers, “Risposte”, le stesse che lei forniva via telefono agli utenti per conto di Tim, Telecom ed Enel. Un call center nella periferia industriale di Pistoia, fra i più grandi d’Italia, dove finivano le richieste più disparate: dalla sim del telefono bloccata al contatore dell’Enel da cambiare: componevi il numero e Irene rispondeva e provvedeva.

Un’azienda modello, che fino a un anno fa viaggiava col vento in poppa: lavoro garantito da solide commesse, qualità del servizio svolto, 300 nuove assunzioni in poco tempo. Poi, improvvisa e malvagia come un volo di spettri, è arrivata la crisi. E con questa due passaggi di proprietà. Risultato: da agosto Irene con gli altri 540 dipendenti non riscuote più lo stipendio. Articolo uno della Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Se questo scompare, crolla il fondamento di tutto.

Irene sorride amaro davanti all’albero di Natale che i dipendenti dell’Answers hanno voluto lo stesso realizzare all’ingresso dello stabilimento da loro occupato. Quando entrò qui aveva 25 anni e la serenità effervescente di chi ha tutta la vita davanti: «Assunta a progetto: ci pagavano 3 euro l’ora, più 5 centesimi di incentivo a chiamata. Lavorando 10 ore al giorno riuscivo a guadagnare 600 euro al mese». Quando, due anni dopo, arrivò l’assunzione a tempo indeterminato le sembrà di volare: «Con sei ore al giorno guadagnavo 750 euro al mese». La serenità non sempre è fatta di grandi cose.

Oggi, a occupare lo stabilimento nella speranza che il lavoro torni, fra i tavoli di questo enorme open space dove si appoggiano, silenziosi e inutili, centinaia di computer e telefoni spenti, non ci sono i più giovani, ma gli anziani, la gente che ha famiglia e che è disperata: a 30 anni perdere il posto di lavoro è un dolore; a 40, con i figli e un mutuo da pagare, un dramma. Lavorare forse stanca, come dice Pavese, ma perdere il lavoro fa di più: uccide l’anima. Così si va alla Caritas, ci si rivolge al Comune perché non faccia tagliare luce e gas nonostante le bollette non pagate, si tira avanti sperando che il domani sia migliore. Racconta Irene: «Ho visto molte colleghe piangere: “Stamattina sono stata alla Caritas a chiedere aiuto. Entrando mi sono sentita morire per la vergogna, ma che dovevo fare? Non avevo i soldi per far mangiare mio figlio”».

Il Natale dentro la Answers è una festa parallela rispetto al mondo di chi ha lavoro. Le luci, gli alberi, il presepe, sembrano oggetti di un’altra statosfera, una diversa relatà. Dentro questo stabilimento sono passati in tanti, politici di rilievo e trasmissioni tv (come “Annozero” di Santoro). Domenica scorsa è venuto anche il vescovo di Pistoia, Mansueto Bianchi, a celebrare messa: «La vostra dignità — ha detto — vale più delle leggi economiche e il lavoro non è un soprammobile di cui disfarsi a piacimento».

Belle parole. Ma alla fine anche i gesti migliori non possono attenuare la fatica quotidana del vivere senza soldi: «Io ho una casa in affitto che mi costa 450 euro al mese — racconta Irene — il mio stipendio non c’è più, quello del mio ragazzo s’è dimezzato. Per fortuna qualche volta i miei genitori pagano le bollette o mi aiutano». Il piccolo Stato Sociale della Famiglia con il quale L’Italia resta in piedi.

In questa situazione, il terrore è l’imprevisto, il dente che si spezza, l’auto che si guasta: «A una mia amica si è rotta la caldaia dell’acqua — racconta Irene — così da ottobre sta facendo solo docce fredde. Ogni tanto, per farne una calda, viene a casa mia. Di riparare la caldaia non se parla: chi lo può pagare l’idraulico?». E così il dentista, il carrozziere. Si guarda al cielo e si spera nello stellone. Chiamando vita tuto il resto.

L’unica nota lieta é che nelle difficoltà lievita quello straordinario sentimento mediterraneo che è la solidarietà: alcune lavoratrici hanno realizzato piccoli oggetti natalizi messi in vendita nei mercatini della zona; si sono fatte cene di solidarietà nelle case del Popolo; la Coop ha dedicato ai lavoratori della Answers la giornata del banco alimentare; la mensa di Sant’Agostino fa avere ogni giorno 150 pasti caldi per chi occupa la fabbrica. E siccome alla fine il Natale è anche regali, per far trovare un dono sotto l’albero ai figli dei lavoratori senza stipendio («Di andare a far compere nei negozi nemmeno a parlarne, ovviamente») si sono mobilitate le scuole elementari della città. Nelle difficoltà spesso diventiamo migliori. E diversi: «Prima — racconta Irene — c’erano colleghi che a malapena salutavo. Oggi invece, dopo aver dormito insieme nel capannone occupato, essere stati insieme per settimane, non li sento più come colleghi ma come membri di una grande famiglia».

Fuori dai cancelli, la città guarda attonita all’Answers e a questi lavoratori scippati del futuro. Una città che sta pagando un prezzo altissimo sull’altare profano della crisi: da gennaio 7mila persone hanno perso il lavoro mentre altre 13 mila sono state coinvolte in processi di riorganizzazione. Il lavoro che sfugge via di mano come acqua di torrente. Tutti sospesi nella riffa della buonasorte.

In Sardegna, proprio in questi giorni, una catena di supermercati ha organizzato una lotteria con in palio quattro posti di cassiera. In 180.000 si sono precipitati a partecipare. Cronache da un paese non più fondato sul lavoro ma sulle lotterie.

Stefano Cecchi

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